L’altro giorno ho letto, tutto in una notte (è poco più che un racconto), il romanzo “Gridare amore dal centro del mondo” di Kyoichi Katayama. L’ho cominciato per distrarmi e poi non sono riuscita più a fermarmi, ma nonostante questo, non ho giudizio completamente positivo su questo romanzo. Vediamo.
La trama è molto semplice: Aki e Sakutaro si conoscono alle medie, si mettono insieme, poi, dopo due anni, in soli quattro mesi, lei se ne va, logorata dalla leucemia. Il racconto è posto sotto forma di flashback, Sakutaro si reca in Australia per spargere le ceneri di lei, così come Aki desiderava, e ricorda, lentamente, il loro primo incontro e successivamente tutta la loro storia.
Il ritmo è estremamente lento, caratteristica che ho riscontrato anche in altri autori giapponesi; molto fotografico, descrittivo per piccoli particolari, imbevuto della particolarissima cultura giapponese, che pur essendo più moderna della nostra, mantiene rapporti umani molto formali, distaccati, pacati e controllati; probabilmente ora questa tendenza in Giappone sta scomparendo, ma il romanzo ancora riflette perfettamente la caratteristica degli orientali di controllare le emozioni, in qualsiasi situazione. Per quanto mi sia trovata con le lacrime agli occhi, negli ultimi capitoli, credo che avrei versato molte più lacrime se la stessa scena fosse stata descritta da un autore occidentale. I pensieri di Aki, quando capisce che ormai non c’è più terapia che valga, ed è destinata a morire a breve, sono indagati, non superficialmente, no, ma molto brevemente: poche frasi che vorrebbero essere cariche di significato, ma a volte, restano piuttosto vuote.
Anche il resto dei passaggi narrativi e dei dialoghi lascia a volte un gusto di “irrealtà” (caratteristica, che io, personalmente, non apprezzo), mentre altri risultano più probabili. In particolare, la frase riportata anche in quarta di copertina, mi ha colpito per l’ovvietà del contenuto, ed il fatto che nessun ragazzo di quattordici anni potrebbe mai pronunciarla: "Ma amare una persona significa pensare che lei viene prima di tutto. Se non avessimo abbastanza cibo, darei a te la mia parte. Se avessimo pochi soldi, piuttosto che acquistare qualcosa per me, comprerei quello che tu desideri. Se mangi qualcosa di buono tu, è come se avessi la pancia piena anch’io, se sei felice tu, allora lo sono anch’io. Questo significa amare una persona. Credi che esista qualcosa di più importante? A me non viene in mente nulla." Al contrario, una frase pronunciata dal nonno di Sakutaro, mi ha colpito molto e voglio riportarla per la sua semplice efficacia:
“Senti Sakutaro” disse il nonno, “le persone si trovano a dover affrontare diverse separazioni. Stranamente noi due abbiamo fatto la stessa esperienza: non siamo potuti stare con chi amavamo e non abbiamo potuto vederle morire. Capisco bene la tua sofferenza. Ma io, nonostante questo, credo che la vita sia una cosa positiva. Che sia una cosa bella. Dire che è bella forse ti suonerà inappropriato, in un momento come questo, ma io credo che lo sia, lo sento. Voglio dire: la vita è bella”.
Inoltre, non c’è nessuna considerazione sul fatto che Aki non potrà più vivere la sua vita e realizzare i suoi sogni; il grande dramma del libro non è la morte improvvisa di una ragazza sedicenne con ancora anni e anni davanti, ma la nostalgia che il suo ragazzo prova; non se sia un retaggio della cultura giapponese, ma da parte mia, credo che la disperazione più grande sarebbe sapere che a chi amo, non è più concesso svegliarsi, vivere, amare.
Ho apprezzato molto, al contrario, il capitolo finale, che sembra riacquistare quel senso di realtà perduto per strada: Sakutaro, con la sua nuova compagna (forse moglie, forse semplice ragazza di turno) torna nella città d’origine, e passando davanti alla scuola media (dove aveva conosciuto Aki), ripensa per l’ultima volta a lei e sparge le sue ceneri nel cortile, pieno di petali di ciliegio. È una scena molto “manga” ma credevo che, da come era cominciata, Sakutaro facesse presto voto di castità a vita e si ritirasse in solitudine sul Fuji, al contrario, dopo anni, sembra che il ragazzo provi una grandissima nostalgia mitigata dalla vita che, nel frattempo, ha vissuto.
Dal risvolto di copertina: “Kyoichi Katayama, nato nel 1959, era già un autore affermato. Con Gridare amore dal centro del mondo, quattro milioni di copie vendute solo in Giappone, è diventato una star, l’autore di tendenza, amato dal pubblico giovanile e non solo: dal romanzo è stato tratto un film, una popolarissima serie televisiva e addirittura un manga.”
Nonostante non mi abbia entusiasmato, mi sono molto incuriosita al manga e vorrei svolgere qualche ricerca; qualcuno ne ha mai sentito parlare? Inoltre, il personaggio di Aki mi è piaciuto, semplice, lineare, non troppo perfetto. Il voto finale credo sia un sette.
